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Giulia Blasi | Servizio a domicilio - Io sto bene, io sto male

Giulia Blasi
Giulia Blasi
Questa settimana: che cosa significa davvero “diritto alla salute mentale”, i complimenti dei playboy da quando ho scritto Brutta, una svolta di Capodanno, e le epifanie romane.

Ne abbiamo già mangiato metà
Ne abbiamo già mangiato metà
Ci son cascata di nuovo: mi sono fatta dare da mia suocera un barattolino del suo lievito madre, e ci ho fatto un pane fresco pazzeschissimo con cui stamattina abbiamo fatto colazione. Ci vuole un po’ di lavoro, ma ne vale la pena. Questo qui è fatto con 100 g di lievito madre, 300 di farina 0, un pizzicotto di sale e circa 150 ml d'acqua (la ricetta diceva 125, ma l'impasto mi sembrava duro e ne ho aggiunta un po’: avevo ragione io). Qui è anche dove dico che il mio unico proposito per il 2022 è stare bene, e se fare il pane fresco la mattina e mangiarmelo è un modo per stare bene, che pane fresco sia.
Io sto bene, io sto male
Lunedì 3 gennaio, e la storyline principale di Un posto al sole racconta di un veglione di Capodanno che sta per trasformarsi in tragedia a causa di una sospetta infedeltà. Il messaggio della donna che dice “Per te ci sono in qualsiasi momento” si rivela essere stato lasciato dalla psicoterapeuta dell'accusato di tresca, e non dalla sua amante: e così la psicoterapia entra nella linea comica di UPAS, non come punchline ma come sussulto di dignità di un personaggio vessato, un uomo di mezza età che si sente umiliato in un matrimonio infelice e che invece di comprarsi una macchina di lusso e fare le foto tamarre alla Jeff Bezos va a parlare con una persona che lo aiuta a ritrovarsi.
Questa newsletter è un luogo ragionevolmente intimo. È il posto giusto per parlare di come la psicoterapia non sia qualcosa di cui vergognarsi, ma nemmeno una cosa chic di cui parlare per sentirsi fichi e contemporanei, o un procedimento ai confini con il mistico. È una terapia, insomma, una cosa che serve a curare: e non esiste persona nel mondo occidentale che non presenti qualche forma di sofferenza psicologica, perché è impossibile vivere in un mondo come il nostro - che ti dissocia a forza da tutto quello che è bello e vero, che ti attacca cartellini del prezzo addosso, che ti costringe a domandarti di continuo se stai facendo abbastanza, se stai dando il massimo, se meriti di esistere - e non stare male. Le famiglie ci fanno stare male, le persone intorno a noi ci fanno stare male, i media ci fanno stare male, Instagram Facebook Twitter TikTok ci fanno stare male. E tutto questo male va curato in qualche modo.
Non so se l'ho già detto, forse sì: comunque ad aprile 2021 ho iniziato il mio terzo ciclo di terapia. Ne avevo già fatti due, uno non troppo efficace e un altro che invece mi ha aiutata molto a strutturarmi e ad affrontare il trasferimento a Roma, ma la pandemia stava portando un riacutizzarsi di alcuni sintomi che in me segnalano un disagio (attacchi d'ansia, il ritorno dei disturbi alimentari) e quindi mi sono trovata una nuova psicoterapeuta e ho ricominciato. La mia terapeuta è giovane e simpatica, e dopo che i primi tempi in seduta piangevo come una fontana ogni tre parole, abbiamo cominciato a ridere molto. A valle di questi mesi posso dire che sto meglio: affronto tutto con molta più calma, non scapoccio, e anche il terrore da Omicron (che ho, perché ce l'ho) me lo sto vivendo senza dare in escandescenze. Rimango io, con le mie pippe e i miei difetti, perché sono una persona e non aspiro all'illuminazione e perché la psicoterapia non ti cambia: al massimo, quando va bene, ti fa stare meglio con i tuoi difetti. Però sto bene. Nei limiti. Come chiunque, in questo momento.
Ovviamente sì: è un costo che sto affrontando da sola, perché lo considero un investimento. La salute mentale, però, non dovrebbe essere un privilegio di chi ha soldi “da investire” per stare bene: e al momento è esattamente così, perché nel nostro paese non esiste una cultura della salute che tenga insieme corpo e mente. Si cura il corpo pensando che basti, e per la mente la filosofia è “fattela passare” e “sii forte”. L'idea di fondo è che la sofferenza psichica sia una roba per fighetti, anzi, per femmine, mentre i veri maschi (e le “donne forti”) se ne tirano fuori da soli. Risultato: c'è in giro una quantità mostruosa di gente che sta malissimo e neanche se ne rende conto, oppure se ne rende conto e beve, si droga o si sfoga con la violenza. Due anni di vite recintate e paura di morire hanno aiutato? Io dico di no: ma non dobbiamo ragionare in termini emergenziali. Dobbiamo ragionare in termini strutturali: la salute mentale è un diritto individuale e un'esigenza collettiva, e quindi la collettività se ne deve fare carico. Piuttosto che ragionare di bonus, che sono sempre delle pezze, parliamo di come investire parte dei soldi del PNRR in strutture sanitarie che forniscano servizi capillari e ben distribuiti per aiutare le persone a stare bene, senza vergogna, oltre che in una comunicazione istituzionale che aiuti a rendere normale il ricorso agli specialisti nei momenti di fatica emotiva. Il check-up terapeutico dovrebbe essere disponibile come lo è quello dal medico di base, e l'assistenza psicologica dovrebbe essere fornita in maniera gratuita dal Servizio Sanitario Nazionale, con un'ampia scelta di possibilità, dalla seduta individuale alla terapia di gruppo. È uno dei tanti modi che abbiamo per uscire non solo dalla sofferenza, ma anche dalla cultura machista dello stoicismo, che fa soltanto danni.
Perché per me non sei bruuuuutta
Ogni volta che va in onda la puntata di Quante storie in cui sono stata ospite per parlare di Brutta succede la stessa cosa: per giorni, i miei DM sono invasi da messaggi di uomini (dai cinquanta ai settanta, in media) che ci tengono a farmi sapere che non sono affatto brutta, anzi! Ci tengono a farmi sapere che sono affascinante, bella, bellissima, voglio sapere come? Alcuni sono molto insistenti, altri si arrendono (per fortuna) dopo il primo messaggio. Se non rispondo a nessuno è per due motivi: il primo è che non ho nessuna voglia di intavolare lunghe conversazioni con gente che temo ci voglia solo provare, per motivi suoi (si annoia? Pensa veramente di rimorchiare così? Chissà) e il secondo è che rispondere rafforzerebbe in me e in loro l'idea che il parere di un uomo a caso sul mio corpo sia richiesto e necessario, e che la sua rassicurazione fosse l'obiettivo della mia scrittura. Semmai era l'esatto contrario, quello di illustrare in maniera più chiara possibile come l'opinione degli altri sulla nostra avvenenza debba smettere di essere rilevante ai fini del nostro benessere e della nostra autostima. Le donne ci stanno arrivando più rapidamente degli uomini, forse perché mi ascoltano quando parlo e si rivedono facilmente in quello che dico. Gli uomini, invece, sono in buona parte ancora inchiodati alla performance del loro ruolo di Grande Occhio che Benedice e Condanna.
Al di là di tutto, però, guarda te se pe’ famme di’ che ero fregna dovevo fa’ un libro in cui dico che so’ ‘na busta de piscio. Di tutti i risultati, era quello che mi aspettavo di meno.
La svolta de La Svolta
Capodanno ha portato una bella novità: è finalmente online il sito di La Svolta, il quotidiano online (presto anche settimanale di carta) con cui collaboro dagli inizi di dicembre. A partire da domani, i miei articoli saranno pubblicati qui.
La Svolta
Epifanie romane
La città dei vivi, il podcast (bellissimo e inquietante, come tutti i miei podcast preferiti) di Nicola Lagioia sull'omicidio Varani, ha avuto un piccolo seguito qualche giorno fa, con un breve episodio speciale fatto tutto di quelle che Lagioia chiama “epifanie romane”, quei momenti di rivelazione, meraviglia e magia che solo Roma sembra essere in grado di regalare. Forse perché, come la maggior parte delle metropoli, è una città dura, che solo l'umanità dei suoi abitanti e la bellezza della sua luce è in grado di rendere ospitale. Ascoltando questa collezione di aneddoti mi sono commossa, ripensando anche io alle mie epifanie romane, che in diciassette anni di vita in città sono state davvero tante e non sono mai finite, perché Roma lo fa, ti stupisce di continuo. Roma è uno dei grandi amori della mia vita, e non è molto che ho capito che lo sarà per sempre: che questa città è diventata parte di quello che sono, della mia vita e identità, in maniera permanente. E non devo scegliere, io sono tutto, sono la ragazza di campagna e la ragazza di città, sono friulana e sono romana, sono di qui e sono di là.
Mi sembra un buon modo di finire questa mail. Ci risentiamo martedì prossimo!
Giulia
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Giulia Blasi
Giulia Blasi @Giulia_B

Scrivo cose, vedo gente.

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